Testo di Ilaria Mazzarella

Luciano Monosilio si è reso celebre per aver sdoganato e codificato la ricetta della Pasta alla carbonara nell’alta ristorazione, tanto da ottenere l’appellativo internazionale di “King of Carbonara”. Ma la cucina di Luciano Monosilio pone le basi su una profonda conoscenza della materia e un’ottima padronanza tecnica, da cui partorisce idee intuitive, accostamenti sperimentali e sapori dal carattere deciso. La pasta, elemento cardine della cultura e tradizione nazionale, è sempre presente nei suoi menu, in forme e connubi audaci e mai scontati.

Un esempio è l’Amatriciana raccontata e cucinata sul palco di RistorExpo a Erba una decina di giorni fa e sempre presente in carta da Luciano – Cucina Italiana il suo progetto che punta alla democratizzazione della ristorazione di qualità a Roma.

Luciano Monosilio a RistorExpo Erba – Credits RistorExpo

Tra le domande più ricorrenti poste agli chef c’è: a chi ti ispiri maggiormente? La verità è che generalmente ci si ispira a tutti o, meglio, non ci si ispira a nessuno. Tuttavia ogni esperienza lascia un segno indelebile, di cui andare orgogliosamente fieri. Poniamo di esser stati stagisti nelle cucine del Gambero Rosso. Prendiamo un Fulvio Pierangelini. Prendiamo i suoi proverbiali spaghetti al pomodoro. Non ne ha mai svelato la ricetta, ma tra le righe delle sue interviste ha sempre lasciato trapelare che la conoscenza e il rispetto per la materia prima sono i tasselli senza i quali non è pensabile cucinare.

Luciano Monosilio stagista da Fulvio Pierangelini lo è stato nei primi anni della sua carriera. Ha raccolto la lezione sul pomodoro e l’ha applicata alla sua personale versione di Amatriciana, ecco la ricetta.

per 4 persone

Per la salsa di pomodoro

400 g di pomodori a grappolo maturi

130 g di olio extra vergine da versare a filo

50 g di sedano

30 g di carote

40 g di cipolle bianche

20 g di sale grosso

4 g di basilico fresco

Mondare e tagliare in quattro parti i pomodori avendo cura di rimuovere il picciolo. Mondare e tagliare in pezzi della stessa grandezza i pomodori, le carote, le cipolle e il sedano (rimovendone le foglie). Stendere le verdure su una teglia da forno, distribuire il sale uniformemente e infornare a 180° per 30 minuti. Quando i pomodori saranno leggermente arrostiti sono pronti per essere tolti dal forno. Scolare i pomodori cotti dall’acqua in eccesso e conservarla in una boule. Prendere un frullatore classico (non ad immersione), porvi le verdure, l’olio e basilico fresco. Se il composto dovesse risultare un po’ troppo tirato aggiungere l’acqua di cottura dei pomodori che avevamo precedentemente messo da parte. La salsa deve risultare di colore rosso chiaro e completamente liscia ed omogenea.

Per il guanciale

200 g di guanciale pulito e tagliato a cubetti mezzo cm per mezzo cm

Rosolare il guanciale in una padella di ferro partendo da fuoco basso e aumentandone l’intensità man mano che il guanciale rilascia il suo grasso. Separare il guanciale rosolato dal suo grasso, affinché mantenga la sua croccantezza, e conservare il grasso in eccedenza in una boule.

Per completare il piatto

240 g di mezze maniche

100 g di pecorino romano (40 g in mantecatura e 60 g per finire il piatto)

0,5 g di peperoncino fresco tritato

Cuocere la pasta in abbondante acqua salata. Nel frattempo prendere una padella di ferro, aggiungere 10 g del grasso del guanciale e il peperoncino, avendo cura che non venga rosolato o soffritto, ma solo scaldato in modo che rilasci i suoi profumi e aggiungere la salsa di pomodoro. Scolare la pasta, aggiungerla agli ingredienti nella padella, mantecare il tutto con il pecorino romano e aggiungere il guanciale croccante. Impiattare aggiungendo il pecorino romano restante.

Luciano al suo ristorante – Credits Luciano – Cucina Italiana

 Luciano – Cucina Italiana

Piazza del Teatro di Pompeo, 18

00186 Roma (RM)

Tel: +39 06 5153 1465

Testo di Gualtiero Spotti

Foto di Isak Dalsfelt

Se ti danno dei limoni cosa fai? Una limonata! Deve essere stata questa l’idea di Jonas Juselius, finlandese e grande appassionato di cibo, che insieme a Joakim Wikström, norvegese, e all’italiana Lia Berti, avendo per le mani il merluzzo più pregiato, lo Skrei, pescato nei mesi tra gennaio e aprile, hanno ben pensato di produrre la bottarga più a nord del Mondo, in una baia non troppo distante da Tromsø, in Norvegia. Una vera e propria folgorazione (neanche fosse la Northern Light che qui si osserva nelle notti più limpide) e un’ intuizione brillante che ha portato a una selezione rigida delle migliori sacche ovariche degli Skrei, immediatamente salate e, in seguito, affidate, come accade con le teste dei merluzzi, che però finiscono sul mercato africano, o per il classico stoccafisso diretto quasi sempre verso il mercato italiano, alle rigidità dell’inverno artico su grandi rastrelliere di legno.

La lavorazione del merluzzo da Halvors

Dopo un lungo periodo che va dalle 10 alle 15 settimane le sacche vengono infine raccolte e confezionate come Bottarga Borealis. La prima produzione è iniziata un paio di anni fa, nel gennaio del 2017 e subito si è capito quale fosse il potenziale di un prodotto che possiede un grande appeal internazionale e funziona molto bene perfino sul mercato italiano, dove la bottarga nazionale certo non manca. Questa che arriva dalla Norvegia però ha caratteristiche un po’ diverse, perché è meno salata, è più versatile e ha una storia e un packaging piacevolmente ammiccante (il che non guasta), al punto che diversi cuochi di casa nostra hanno già deciso di utilizzarla per i loro menu.

Lia Berti e la Bottarga Borealis

Vedi il giovane emergente Andrea Leali del ristorante Casa Leali di Puegnago del Garda, che confeziona un delizioso Spaghettino con sarde di lago e bottarga norvegese, o Andrea Valentinetti del Radici di Padova. Perfino il vulcanico Gennaro Nasti che nel suo Bijou di Parigi ha perfino creato una Pizza con mozzarella, stracciatella e bottarga (è presente in carta due volte all’anno) e l’ha poi portata proprio a Tromsø nei giorni scorsi, durante una serata evento di grande successo diventata fully booked nel giro di pochi giorni, nella pizzeria Casa Inferno. Qui, mentre all’esterno nevicava copiosamente, è andata in scena una divertente degustazione di pizze gourmet che ha coinvolto molte delle produzioni più interessanti della regione, e dove si è passati dalla birra (quella artigianale di Bryggeri 13), usata negli impasti della pizza e poi consumata copiosamente al tavolo, al pregiato merluzzo di Halvors, con il baccalà mantecato utilizzato come topping insieme a una crema di pomodori semiessiccati e a una schiuma/riduzione di ossa di renna, e arrivando a utilizzare anche gli squisiti gamberetti di Lyngen, per impreziosire una pizza con perle di tartufo nero, stracciatella e mozzarella. Si perché la scena nordica, perfino a queste latitudini, oltre il Circolo Polare Artico, riesce a sorprendere con una vivacità fuori dal comune, anche quando la temperatura scende sotto i –10 come accade spesso nel mese di marzo.

La pizza di Gennaro Nasti, con mozzarella, stracciatella e Bottarga Borealis

www.visittromso.no

Testo e foto di Redazione Cook_inc.

Alla Stazione Leopolda di Firenze si è svolto dal 9 all’11 marzo 2019 l’evento sull’eccellenza del food by Pitti Immagine. La quattordicesima edizione di Taste vede partecipare quasi 400 aziende e oltre 16.000 presenze totali tra visitatori e pubblico altamente qualificato di cultori e appassionati. La manifestazione anche quest’anno si conclude con numeri in crescita: si riscontra un incremento complessivo del +3%, i buyer sono in aumento e portano l’eccellenza italiana in fatto alimentare sul mercato internazionale, tant’è vero che si sono registrate quasi 6.000 presenze da oltre 50 paesi esteri e ottime performance da Germania (+64%), Francia (+26%), Svizzera (+18%), Spagna (+35%), Austria (+60%) e Corea; in aumento anche gli operatori italiani (+3%).

Taste è sempre più un appuntamento per professionisti del settore. Duplice l’obiettivo dell’organizzazione: se da una parte è punto di riferimento per negozi specializzati, buyer, importatori di prodotti italiani, dall’altra ambisce essere punto d’incontro e incubatore di tendenze e idee sul tema della gastronomia di qualità. Confermano la capacità di inserirsi nell’attualità del discorso gastronomico l’attenzione per il focus su panificazione e farine chiamato Pianeta Pane e sui progetti sociali di cui sono rappresentanti Massimo Bottura e Massimiliano Alajmo.

Grande successo per la formula dei Ring tematici curati dal “gastronauta” Davide Paolini, seguitissimi i talk e i laboratori (sold out per A Scuola di Pane), ampia partecipazione ai quasi 90 eventi che hanno animato Firenze con il FuoriDiTaste attraverso cene, degustazioni e spettacoli che ruotano attorno alla più viva contemporaneità del mondo del food. Risultati importanti anche per il Taste Shop situato appena fuori dal Salone, che registra vendite per circa 16.400 prodotti.

L’immagine simbolo di Pitti Taste 2019 è un compromesso tra un picnic nella natura e l’atterraggio di due esploratori delle galassie; se il primo rimanda alla qualità di ingredienti genuini e autentici, il secondo ci invita a perlustrare la scena gastronomica e spingerci oltre la nostra confort zone per scoprire novità e prodotti.

Il ciauscolo di Re Norcino

L’allestimento all’interno della Stazione Leopolda è curato e coinvolgente, colpisce al primo impatto l’altezza della struttura che ti fa sentire in una specie di agorà non completamente chiusa, dall’importanza non opprimente. Gli stand sono uno accanto all’altro in un susseguirsi senza interruzioni; un’infinita tavolata su cui vediamo sfilare, seppur fermi, espositori, prodotti, aziende, vite di persone che si dedicano al mondo dell’eccellenza alimentare. Tra gli altri, abbiamo adorato Re Norcino, azienda marchigiana produttrice di salumi. Il loro ciauscolo è un salame tipico marchigiano che ha incredibile prossimità con un salume spalmabile. Si scioglie in bocca e lascia il posto a una scioccante coppa di testa con mandorle, arancia e olive. La meraviglia di assaggi si alterna davanti ai nostri occhi agli oggetti di food & kitchen design. Scivoliamo curiose lungo il corridoio dell’esposizione, lo sguardo si posa in alto, dietro i banconi, dove, su di un’elegante fascia bianca con sfumature dorate sono scritti i nomi degli eccellenti partecipanti. Uscendo vorremmo comprare molte cose ma lo Shop è troppo affollato e rinunciamo.

Quel che si assaggia a Taste rimane a Taste.

Written by David J Constable

One of the main focuses of the Royal Project in Chiang Mai Province was the cultivation of the coffee bean, something the late King Bhumibol Adulyadej founded in 1969 and saw as more than a viable alternative to the opium crop that was initially being farmed in Northern Thailand, especially along the borderlands with neighbouring Laos and Myanmar. Today, Thailand has become a burgeoning producer of coffee on the global market, presently ranked in third place among Asia’s top coffee producers.

At the Coffee Research and Development Centre located inside the Chiang Mai University campus, Dr Pongsak Angkasith, Head of Coffee Research and Development Project Foundation, spoke about the ascent of Thailand’s coffee production, and with it, Royal Project Coffee.

Mountains in Chiang Mai

“We started replacing opium with fruit farming, such as peaches but moved on to vegetables and various temperate fruits. Coffee was also one of the promising crops, so we started to promote coffee to farmers. Coffee is a perennial, or what we call a permanent crop,” Dr Pongsak noted, adding that farmers started to realise they could earn a good living, achieving an even better income than farming the poppy had given them.

“Research was key, as setbacks often thwarted the cultivation of coffee,” Dr Pongsak recalled. “In the beginning, there was a rust disease, or coffee disease as we call it. This destroyed the coffee tree. If we couldn’t find a solution to this, the farmers would have to use more pesticides, and this would result in more costs for the farmers. We had to find a rust-resistant crop.

Rice Terraces, Royal Project, Chiang Mai

Unwavered by the challenge, Dr Pongsak and his team set about research ways in which they could combat the so-called coffee disease while appeasing farmers at the same time. Research continued, and they began working even closer with the farmers to study the land and the weather patterns, looking at ways to overcome current and future crop damage. “Our research continued, and we were able to produce a better standard of production,” Dr Pongsak proudly notes. Coffee production expanded from Chiang Mai to neighbouring Chiang Rai, and across Mae Hong Son, Nan and Lampang – highland areas at 800 m to 1,600 m elevation.

The Royal Project now encompasses 22 areas that produce Royal Project coffee. In all they produce about 500 tons annually, increasing year on year. The coffee is bought from the farmers and sold to roasting companies, but the Royal Project also roasts its own coffee, around 50 tons a year.

The growers of Doi Chang harvesting coffee cherries

One of the coffees grown by hill tribes in northern Thailand, within the Royal Project mountains, is Doi Tung; with farmers now planning to expand exportation to the United States market. “We are looking for partners who understand our role as a social enterprise and are flexible when doing business together,’” said ML Dispanadda Diskul, Chief Executive of the Mae Fah Luang Foundation, which developed the Royal Project that gave birth to Doi Tung coffee.

The project produces 250 tons of coffee beans a year from 800 coffee-growing hill tribe households and is already exporting between 30 tons and 50 tons a year to Japan. The coffee is found in most supermarkets in Thailand, and the project runs 11 Doi Tung cafes around the country that brought in $2.4 million in sales last year.

In total, there are around 4,500 Royal Project developments in Thailand, covering not just coffee cultivation, but also research centred around food and water resource management to tackle such things as malnutrition and poverty, a problem still present in Thailand, particularity across the northern provinces. This aligns with the late King Rama IX’s Sufficiency Economy theory, which not only focused on sustainable development but also encapsulated an almost epicurean philosophy which he hoped would be followed by the people of Thailand. The basis of this was to live within one’s means, and if the country practices sustainable development, then the people of Thailand would always have enough.

The Royal Project initiative also included healthcare and educational initiatives, all aimed at offering a better life for people in remote and rural areas. For this, and other work, King Rama IX was given the United Nations Development Programme’s first Human Development Lifetime Achievement Award in 2006.

www.royalprojectmarket.com

Testo di Gualtiero Spotti

Foto cortesia del ristorante Malika

Gdynia, Sopot e Gdansk, quest’ultima meglio nota come Danzica, formano un agglomerato urbano piuttosto esteso, affacciato sul Mar Baltico e che qui chiamano familiarmente Tricity, spiegando bene in un sol colpo come non vi sia soluzione di continuità geografica tra i diversi comuni. Ci troviamo in Polonia e, da queste parti, le occasioni per vivere esperienze gastronomiche di un certo spessore iniziano a farsi strada solo da pochi anni, grazie a un manipolo di giovani che, usciti dai confini nazionali, sono andati in giro per l’Europa a crescere e oggi tornano a casa con molte idee da mettere nel piatto.

Malika

Poi, oltre a questi, dai quali sentiremo presto parlare, c’è Malika, al secolo Ewa “Malika” Szyc-Juchnowicz, una donna di origini algerine che è cresciuta in Polonia e che qui ha aperto il suo ristorante, proponendo cucina perlopiù maghrebina, e con qualche accento polacco dettato soprattutto dalla materia prima locale fatta di verdure, radici, frutta e prodotti della terra. Il suo locale è su una delle vie principali di Gdynia ed è un angolo di profumi e ricordi nordafricani tra hummus, couscous, tajine e pastilla, oltre a colori e immagini che ci portano nel cuore di un suk immaginario. E questo funziona per chi vuole frequentare il lato più mediterraneo ed etnico della cuoca. L’alternativa, maggiormente intrigante, rimane però quella di affidarsi alle sue mani e al suo estro passando attraverso piatti con uno spessore creativo e una elaborazione che mettono in fila uno stile più borderline.

Come nel caso dello Skrei (il pregiato merluzzo norvegese che si trova solo tra gennaio ad aprile), con riso venere, insalata di arance e argan, l’Anatra laccata con pastilla di patate e zafferano, prugne e zenzero, l’immancabile Patè d’oca, un cavallo di battaglia della cucina polacca, con pere marinate e pane a lievitazione naturale, oppure il Polpo con seppia, mela, barbabietola e prezzemolo. Tutti piatti concreti e piacevoli, dal taglio un po’ rustico, forse, ma che riescono a dare una bella immagine degli incroci possibili tra l’Africa e il Nord Europa. Malika, autrice di libri e personaggio molto conosciuto anche grazie alla sua partecipazione alla prima edizione di Top Chef Poland, lo scorso anno, in primavera, ha poi inaugurato un nuovo locale, una sorta di pasta/bistrò nel centro di Danzica chiamato curiosamente Machina Eats and Beats. Il luogo perfetto per una clientela più giovane e spigliata, senza troppi intellettualismi culinari, ma che vuole divertirsi con del comfort food gustoso e piacevole, accompagnato, nel corso di alcune serate, da musica dal vivo.

Tutto questo in attesa che in zona si faccia vedere, dalla seconda metà dell’anno in poi, una celebrità dei fornelli come Paco Perez. Il bistellato spagnolo del Miramar ha pensato di aprire un ristorante (dovrebbe chiamarsi Arco) nel quartiere Oliwa – nella periferia di Danzica – e ha mandato in avanscoperta il suo fido aiutante, l’italiano Antonio Arcieri. Uno stimolo ulteriore per tutti gli emergenti di buona volontà che avranno un importante punto di riferimento cui guardare.  

Malika

Swietojanska, 69b

81-389 Gdynia – Polonia

Tel: +48 5835 20008

AWritten by David J Constable

It’s a futile attempt to try and conquer the full expanse of the Thai flavour wheel, although that doesn’t stop people from trying.

Bangkok lagged behind many Southeast Asian cities for years, without the affluence and access to the outside world and remained an almost hidden, tucked-away conurbation, overshadowed and unvisited. Now, that has all changed and Bangkok has been thrust into the culinary elite. The city is more than just a burgeoning food scene. It’s a full throttle, in-your-face, slap of technicolour. The food here is a deliriously fearsome bash of fire and sour and salt and smoke; of the high ethereal waft of turmeric and lemongrass. It’s a proper no-hold-barred indulgence at every level; from the street food vendors with their roaming carts to Michelin-rated restaurants.

Street Food Dried Squid

For a genuine and authentic exploration of what the city has to offer, you need to peek beneath the surface. Go deeper, explore the Sois and khlongs, and discover an expanse of curries and a beguiling array of fruits and vegetables. Try the staples of Pad Thai (Thai Style Fried Noodles) and Som Tam (Spicy Green Papaya Salad) by all means, but then venture deeper.

Explore the khlongs and try the famous Kway Teow Rua (Boat Noodles – cover photo), tiny bowls assembled on small boats by old ladies and consisting of egg noodles, pork and fermented bean curd, all added to a deep-red broth of pig’s blood. Various toppings were added over the years – beef, garlic, crab balls, offal cuts – and it is recommended to try between four and eight for full culinary satisfaction. Also, no visit to Bangkok complete without Moo Ping, the grilled pork skewers of street vendors, nor Lan Larb Bpet (deep-fried duck beaks), but don’t confuse Larb with Laab. The latter is a northeastern-style spicy salad with meat, mushroom and mint, while the other includes Larb Mote Daeng (Red Ant Eggs).

Larb Mote Daeng

Vendors have become accustomed to the point-and-order farangs, unable to wrap their tongues around the pronunciation of say, Sai Ooah (northern Thai sausage) or Kao Niew Ma Muang (Mango sticky rice). Another simple classic is Pork Fried Rice which, for me, never disappoints.

At Nai Mong Hoy Tod in Chinatown, a restaurant that sells nothing but oyster omelettes, dive into a rolled, crispy, tapioca flour-creation of decadence – and pay no more than THB150 (€4.00) for a Bib Gourmand omelette. Finish with a sprinkle of white pepper and a splash of sriracha chilli sauce. Chinatown is a great place to explore the culinary history of the city. Bangkok was a Chinese city in the 19th century, and up until the 1920s, most Thais lived outside the city. Much of the street food nowadays is a hybrid of Thai, Chinese and Malay – reflecting the waves of immigration.

Mango Sticky Rice

If you want to up the ante – and the financial spend – then the iconic Jay Fai crab omelette is a football-sized morsel bulging with crab meat. This Michelin-starred street-side restaurant has been in operation for over forty years. On the subject of crab, try local favourite Apsorn’s Kitchen, also known as Krua Apsorn, near the National Library, for Stir-Fried Crab in curry powder. Also, in Silom, there’s the joltingly hot Super Spicy Chicken Wing Soup at Somtum Der.

Venture to Aw Taw Kaw in Chatuchak and enter into the malodorous megalopolis market for fistfuls of durian (“The Stinky Fruit”) and fragrant mango. Some of the makeshift restaurants around the periphery of the market sell sensational sauces and relishes too. Try Sai Grok (fermented sausage) at one of the little outposts, and 100% Arabica Royal Project Thai Coffee from Chaing Mai.

Jay-Fai

Speaking of markets, Khlong Toei offers visitors one of the most authentic experiences in the city. Bangkok’s biggest fresh market is labyrinthine; winding lanes selling raw meat – both dead and alive – along with seafood and farm produce. If you have a weak stomach, avoid Kob (frogs), which are a popular delicacy in Thailand but are prepared by removing the skin, while alive, and hacking at the limbs with a cleaver; and Goong Ten (Dancing Shrimp), made with live shrimps, however, it’s rather wonderful for those with a more adventurous streak.

Gianni Dezio

Testo di Redazione Cook_inc.

Foto di Alberto Blasetti

Siamo ad Atri, in Abruzzo, dove si trova il Ristorante Tosto di Gianni Dezio. “La cucina di Tosto” come racconta Lorenzo Sandano su Cook_inc. 20 “scaturisce e si sviluppa da qui, dalla terra dei Calanchi, ma anche dalle tradizioni gastronomiche che accompagnano Atri sin dagli albori. Un esempio su tutti è la celebre liquirizia, lavorata e raccolta artigianalmente in loco sin dal 1433. La pianta autoctona, spontanea e infestante (la cui coltivazione in Abruzzo è ormai purtroppo scomparsa), continua a essere importata e prodotta dall’azienda Menozzi De Rosa, che inaugurò la prima fabbrica nel centro di Atri nel 1700 all’interno di un ex-convento di frati risalente al ‘500.  L’industrializzazione promossa dalla famiglia De Rosa sin dal 1836, tra le prime ditte italiane specializzate in liquirizia, decreta la città abruzzese come una delle capitali della famosa radice. Processo che ha contribuito alla creazione di prodotti simbolo, come le mentine Tabù, oltre a tratteggiare una nuova fonte d’ispirazione per la cucina territoriale di Gianni, inebriato durante le passeggiate nei laboratori di produzione, tra i profumi dolci e aromatici dei panetti di liquirizia trattati in purezza”. La riproduzione commestibile dei Calanchi di Gianni Dezio è un dessert “dalla vorticosa composizione estetica: finta terra di liquirizia, coltre rocciosa di crema inglese alla liquirizia, con un cuore di sorbetto alla rapa rossa e frutti rossi, polvere di capperi e di erbe spontanee essiccate (finocchietto, mentuccia, origano, foglie di carota selvatica)”.

Ecco la ricetta:

Terra dei Calanchi

Per il sorbetto

150 g di frutti rossi selvatici

100 g di rapa rossa cruda

20 g di estratto di rapa rossa

20 g di glucosio

Trasferire tutti gli ingredienti nel Bimby, azionarlo per pochi secondi. Abbattere e pacossare. In alternativa mantecare nella gelatiera.

Per la terra di liquirizia

100 g di farina di mandorle


100 g di zucchero di canna integrale


90 g di farina 00


100 g di burro



20 g di liquirizia in polvere

2 g di sale


Lavorare nella planetaria fino a ottenere un impasto omogeneo. Distribuirlo in modo irregolare sulla teglia e infornarlo a 180°C per 8 minuti. Sbriciolare il tutto e trasferire di nuovo in forno a 180°C per altri 8 minuti.

Per la spuma di liquirizia di Atri

250 ml di latte intero


3 tuorli


100 g di miele di sulla dei Calanchi

250 g di panna fresca


14 g di gelatina

Scaldare (senza mai raggiungere il punto di ebollizione) il latte in un pentolino, insieme alla polvere di liquirizia e al miele. Versare il composto in una ciotola con i tuorli sbattuti. Riportare il tutto sulla fiamma e mescolare fino a raggiungere gli 85°C. Aggiungere successivamente la panna e la gelatina fuori dal fuoco. Trasferire in un sifone con 2 cariche di azoto.

Per la polvere di capperi e di erbe spontanee

100 g di capperi


erbe spontanee dei Calanchi: finocchietto, mentuccia, origano, foglie di carota selvatica, pimpinella, ecc.
..

Asciugare separatamente i capperi e le erbe in forno per 12 ore a una temperatura di 60°C con lo 0% di umidità nella camera. 
Polverizzare gli ingredienti e tenere da parte.

Per la polvere di semi di finocchietto

50 g di semi di finocchietto selvatico

Tostare i semi, polverizzarli con un macinacaffè e tenere da parte.

Per completare il piatto

Disporre alla base del piatto di argilla la terra di liquirizia. Adagiare il sorbetto e ricoprire con la spuma di liquirizia. Completare il piatto con altra terra, i capperi e erbe in polvere e i semi di finocchietto.

I Calanchi

Tosto

Via Angelo Probi, 8

64032 Atri (TE) – Italia

Tel: + 39 324 084 2077

www.ristorantetosto.it

Testo di Gualtiero Spotti

Foto Cortesia del Ristorante Sine

La Gastrocrazia è il nuovo credo del cuoco Roberto Di Pinto, ed è una definizione che, come è facile intuire, unisce contenuti gastronomici a un’idea di democrazia a tavola. Anche se forse sarebbe meglio dire di equità, nel difficile equilibrio tra qualità e prezzo che vuole attirare l’attenzione di una clientela più giovane e, magari, poco incline a investire in esperienze gourmand di alto profilo. Invece il nuovo ristorante Sine, inaugurato a Milano, sembra proprio avviato su questa strada, con una bella carta di preparazioni sincere e originali e un menu di 5 piatti a 45 euro, oltre all’offerta under 25 che, in un giorno della settimana (il martedì), mette a disposizione un tavolo dove viene servito un menu a 35 euro. E c’è perfino il calice gastrocratico del giorno, proposto a 5 euro. A conti fatti sono prezzi più che concorrenziali visto il circuito dei ristoranti milanesi e ancor più considerata la qualità e la buona mano del cuoco.

Roberto Di Pinto e lo staff del Ristorante Sine

Che non è certo uno sprovveduto o un novellino alle prime armi. Il napoletano Roberto Di Pinto ha saputo ristrutturare una vecchia officina di moto trasformandola nella bella sala accogliente del Sine (a proposito, il nome del ristorante significa “Senza”), ma i suoi trascorsi lo hanno prima visto all’opera nella storica pasticceria Scaturchio a Napoli, dove, giovanissimo, era solo un garzone e dove ha appreso i segreti della pasticceria, in primis proprio quella partenopea. Poi sono arrivati i viaggi, a Londra da Fiore e da Conservatory e il rientro in Italia al Grand Hotel di Firenze. Non sono mancate la curiosità verso l’ondata molecolare esplosa a inizio secolo per raggiungere infine la stabilità degli ultimi anni a Milano, con la riscoperta di una spiccata vena partenopea e la frequentazione di grandi nomi all’Hotel Bulgari, dove ha occupato il ruolo di executive chef, ospitando ai fornelli cuochi del calibro di Dominique Crenn, David Thompson e Yannick Alleno per la rassegna Epicurea.

Passaggi intriganti e che hanno lasciato il segno qua e la nelle pieghe di un menu dove si strizza l’occhio a tanti stili e generi, anche se poi si ritorna quasi sempre all’ombra del Vesuvio. Certo, Milano non può mancare, con i Ravioli d’ossobuco che incontrano la gremolada mediterranea, ma qui si magnifica soprattutto la terra d’origine del cuoco, tra Friarielli in tempura, Conigli all’ischitana, Fusilloni al ragù di polipetti, peperone crusco e pistacchio e la Pizza fritta. Insomma, una concretezza di fondo con un brio decisamente moderno e che spinge ancor di più al momento dei dolci. Dove ritroviamo un classico di Di Pinto, il Sacro e Profano (babà al rhum e gelato al popcorn), ma anche le rinfrescanti 4 L di Lime, limone, lemoncello e lemongrass, o il più impegnativo Tiramisù con funghi e caffè. La carta dei vini è stata realizzata in modo da essere funzionale all’abbinamento al tavolo (c’è anche qualche buona birra artigianale), quindi senza troppi fronzoli e non particolarmente estesa, ma alcuni riferimenti in più forse non farebbero male. Può invece diventare un must il tavolo in cucina, che Roberto Di Pinto sta seriamente pensando di realizzare a breve. Visto il carattere vulcanico e verace del cuoco diventerebbe una cena sicuramente speciale.

Roberto Di Pinto

Sine Ristorante Gastrocratico

Viale Umbria, 126

20135 Milano

Tel: +39 02 3659 4613

www.sinerestaurant.com

From Camembert to Kinder, How the UK Are Preparing Their Food Supplies

Written by David J Constable

As Britain prepares for a No-Deal E.U. Exit, fears of food shortages have people concerned over the imported foods that have, for many years, been part and parcel of British culinary life. As the possibility of a no-deal Brexit increased after a proposed deal by Minister Theresa May was rejected by the U.K. parliament, many are making preparations by stocking up on necessities imported from the E.U. After all, what is Great Britain without Nutella, Magnum ice creams and macaroni cheese?

A frustrated country has become a panicked one. Can the U.K. import, will they import, will other E.U. countries even allow them to import? This has created food anxiety at home. My goodness, where will all of the Camembert, chicken Kievs and boxes of Ferrero Rocher come from? Will Britain ever see a Kinder Egg again?

Camembert

Many are taking action, bulk-buying and stockpiling, filling fridges, freezers and basements with essentials and their favourite go-to snack. And, while I haven’t taken hoarding foods (yet), I fear for my balsamic vinegar and Piedmont wines. The gravity of the situation is becoming very apparent.

Currently, the import versus export position of the U.K. is very unbalanced. To put this into perspective, in 2015, the country imported £38.5 billion of food and drink, but only exported £18 billion worth of food. Things are already difficult, and the uncertainty of the future is quite rightly confusing. If indeed, a deal can be agreed and foods allowed to continue their importation, it will, very likely, be at a higher cost to the U.K. public. The likes of Nescafe (14%), Marmite (12%) and Mr Kipling Cakes (5%) have already seen a price increase within the last 12 months.

Magnum Ice Cream

Last month, Unilever — the British-Dutch transnational consumer goods company — admitted to stockpiling Ben and Jerry’s ice cream and Magnum bars ahead of the UK’s departure from the European Union. The firm’s Leeds factory, which makes Sure, Lynx and Dove, supplies the whole of Europe, while its ice creams are produced on the continent.

The political uncertainty has been reflected in the increasing sales of “Brexit Boxes” – a care package, worth €330, containing dozens of tins of macaroni cheese, pasta bolognese, chicken tikka, sweet and sour chicken, and beef and potato stew, as well as a water filter and a fire starter. The boxes are being sold by James Blake who set up the company Emergency Food Storage U.K. in 2009 with the aim of “making emergency preparedness as simple as possible”. Blake began selling the “Brexit Boxes” in December and is now selling around 25 a day.

Emergency Food Pack

Staffing issues have already been affected with many E.U. nationalities worried about their status and leaving industry jobs — kitchens, cooks, the front of house — to return home. As for the ingredients itself, a positive spin could be a more inherit approach to sourcing and cooking, with chefs forced to be more creative with the application of U.K. only produce. A good thing, surely. No more watered-down Danish bacon. Goodbye to Polish mushrooms. See ya later squishy Spanish tomatoes!

All of this begs the question: what will happen to the famed English Breakfast, a meal of incomparable gut-busting perfection, and often assembled via a list of imported E.U. ingredients. It is adaptable, catering to all tastes; the great interchangeable meal with an abundance of choice, the Marilyn Monroe of breakfast — as potent for a hangover as a litre of Alka-Seltzer.

English Breakfast

For eggs and toast, the U.K. will be fine. The British egg industry can produce enough for the country to be entirely self-sufficient in eggs. For bread, 85% of the wheat used by U.K. flour millers is homegrown. The flour produced is also from the U.K. with only 2% exported. As for sausages, bacon, tomatoes the news may not be so good. British farmers currently produce only 40% of the pork eaten in the U.K. The other 60% comes from E.U. countries such as Denmark, Germany and the Netherlands. Baked beans are mostly US imports, but tomatoes grow mostly where it is hot, immediately cancelling out the U.K. — although glasshouses are used.

With the great English Breakfast seemingly under threat and Magnum ice creams about to vanish, the full effect of Brexit is put into a new light. It doesn’t bear thinking about.

Testo di Raffaella Prandi e Redazione Cook_inc.

Avete presente la notte degli Oscar con tanto di candidature e vincitori: miglior film, miglior miglior attore, miglior regista, miglior film straniero, miglior colonna sonora, ecc. ecc.? Bene, anche la ristorazione ha avuto ieri sera – il tanto atteso 18 febbraio – la sua magica notte degli Oscar: con The World Restaurant Awards sono fioccati tanti premi, uno per ognuna delle diciotto categorie previste. La cerimonia si è svolta a Parigi a Palais Brogniart con uno straordinario evento organizzato da IMG, ideatore del premio assieme al nostro Andrea Petrini (Presidente della Giuria), già da solo una garanzia di successo e a Joe Warwick (Direttore Creativo). Come negli Academy Award non è mancata la suspance: le candidature erano state annunciate a dicembre con una longlist con i nomi di tutti i votati seguita da una shortlist, rivelata solo a gennaio, con i cinque candidati più votati per categoria e quindi in gara per la vittoria.

Parigi

The World Restaurant Awards si differenziano inequivocabilmente dai The World 50 Best Restaurants che classificano i miglior 50 ristoranti nel mondo senza tuttavia distinguere tra i differenti stili di ristorazione che si sono andati prepotentemente affermando soprattutto negli ultimi anni. Sono trasparenti nei meccanismi di scelta, i nomi dei giurati sono per esempio sono tutti dichiarati sul sito correlati di biografia, all’avanguardia dal punto di vista dell’inclusione (non ultima quella di genere visto che il 50 per cento dei votanti esperti del settore di 37 diverse nazionalità è tutto al femminile). E mirano a valorizzare le diversità dell’eccellenza gastronomica internazionale con una proposta di Big e Small Plates (le categorie) da sola definisce la filosofia tutt’altro che sussiegosa, un po’ scanzonata (ma seria!) e decisamente contemporanea dei riconoscimenti: da quella dello chef senza tatuaggi a quella dell’Atmosfera dell’anno, a quella di House Special (i ristoranti definiti da un particolare piatto) a quella di Prenotazione non richiesta alla Off Map Destination con locations nei posti più sperduti del mondo fino all’Instagram account dell’anno.

Standing ovations e festeggiamenti hanno (ovviamente) accompagnato la nottata che ha visto riunirsi sotto lo stesso tetto tutte le greatest minds della gastronomia internazionale. Per avere un’idea di quanto è successo non resta che dare un’occhiata alla nostra pagina Instagram o a quelle degli altri partecipanti. Le categorie da premiare, come si è detto, erano diciotto. Ecco quindi i vincitori, i primi Top of The World Restaurant Awards, the most exceptional eateries del pianeta, fine and fun dining e i personaggi gastronomici da non seguire. Ve li presentiamo uno a uno corredati di fotografia e citazione. Tante vengono infatti dal nostro archivio in quanto molti chef sono stati raccontati sulle nostre pagine. E ne andiamo ben fieri! 

 BIG PLATES

“Al Mocotó mangi la classica cucina nordestina, ovvero quella dello stato del Pernambuco, una cucina popolare che ispira fratellanza e umanità a fa sentir bene le persone. Un posto inclusivo dove va ogni genere di persona. Non c’è prenotazione e non ci sono preferenze. Si aspetta nella piazzetta e nell’attesa si beve una caipirinha alla frutta tropicale con tapas e snack”.

Da Suburbio Mocotó di Tommaso Protti su Cook_inc. 21

Rodrigo Oliveira, foto di Tommaso Protti

Il pioneristico ristorante basco nei 21 anni della sua esistenza è stato, a vario titolo, “il fenomeno gastronomico più importante del mondo negli ultimi tempi”, “il ristorante più avventuroso del mondo”, “il più sperimentale” e “nothing short of inspired“. Il merito di questo non è solo del fondatore del ristorante, Andoni Luis Aduriz, ma dell’intero team di Mugaritz in continua ricerca ed evoluzione. Per il 20 ° anniversario del ristorante nel 2018 il ristorante ha perseguito la sua ossessione per ciò che definisce le “armonie emozionali” tra cibo e vino. Andando oltre gli abbinamenti tradizionali per far in modo che “solido e liquido si unifichino in un singolo elemento”.

“Alla faccia di tutte le tendenze , preferisce seguire il suo fiuto. E che in un epoca in cui la caccia gioca principalmente sul mito della mascolinità, sui sapori forti e testosteronizzati, lui preferisce cercare semmai la freschezza, il fruttato della carne per niente frollata… È quello che si cerca al Clarence. L’intuizione e la riflessione. La semplicità del detto comune e la svisata dell’interdetto, il contrasto dello strappo, la tela lacerata, squarcio su un retroscena dove non è più solo questione di cucina. Ma di storie, di vite, di moralità leggendarie, di autobiografie in process, di autofiction volatile secondo le inflessioni e gli umori del giorno”.

Da I sotterranei del Vaticano di Andrea Petrini su Cook_inc. 22

Christophe Pelé, foto di Philippe Vaurès Santamaria

Ci sono innumerevoli esempi di strette collaborazioni tra chef e produttori, ma quella tra Cotter e Walsh è caratterizzata dalla sua longevità (ben 18 anni) e sinergia (una collaborazione di amicizia e creatività).

“Un ristorante dove il cuoco si mette a nudo da solo per economizzare il divanetto dello psicanalista. Un posto storico dove il padron di casa non dissimula mai, ma si esprime con la stessa verace intensità nelle sue ultime creazioni che nei best of, svisati e corretti, della tradizionale casata. Quel  saper declinare, senza mai strafare, nella sua casa madre, nell’adiacente e tanto sciccoso wine bar o nella Rue Royale by Mathieu Viannay da pochissimo trasportata a Dubai, le varie sfaccettature d’una giovanile personalità che fa dell’iconica Sfinge Brazier/Viannay la chiave di volta congiunta e del suo plateale successo patinato quanto basta di mistero. Più bella ricetta esistenziale è difficile trovarla”.

Da Le Père Brazier di Andrea Petrini su Cook_inc. 21

Matthieu Viannay, foto di Anne Bouillot

Massimo Bottura e sua moglie, Lara Gilmore, hanno avviato il progetto no profit Food for Soul nel 2016 per affrontare “due facce dello stesso problema”, ovvero lo spreco alimentare e l’insicurezza alimentare. Circa 450.000 piatti dopo e Food for Soul si è espanso da Milano a Londra, Parigi, San Francisco e New York, con l’intenzione di aprire in Messico, Asia e Africa.

Nella piccola e incantata Paternoster, villaggio incantevole di pescatori sulla costa a ovest sudafricana, a due ore di auto da Cape Town. Il ristorante Wolfgat si trova sulla spiaggia, in un cottage storico con una ventina di posti a sedere. Serve Hyper-local, considered, heritage, slow, seasonal Strandveld food in a contemporary and stilish way ed è considerato un pioniere della rinascita della filosofia culinaria del Strandveld, la vegetazione costiera.

  • House Special: Lido 84 / Cacio e Pepe in vescicachef Riccardo Camanini

Ad aggiudicarsi il premio è il signature dish di Riccardo Camanini e del suo Lido 84, la Cacio e Pepe cotta “alla cieca” (con maniacale precisione) in vescica di maiale. Dal sapore unico e scenografica: viene servita infatti davanti al commensale tagliando la vescica con un coltello ben affilato, con gli aromi inebrianti che avvolgono la sala a ogni apertura.

Da Riccardo Camanini @ Lido 84 ha raccontato Andrea Petrini su Cook_inc. 10.

Riccardo Camanini, a destra e suo fratello Giancarlo, foto di Bob Noto
  • Atmosphere: Vespertine, Los Angeles – Stati Uniti, chef Jordan Kahn

“More spaceship than restaurant, it’s like a hallucinogen sci – fi dream brought to life”, hanno commentato sui social dei The World Restaurant Awards.

  • New Arrival: INUA, Tokyo – Giappone, chef Thomas Frebel

“Uno dei pochi a sondare l’immaginario nippone esprimendolo in fase col mondialismo del nostro millennio – e la cucina di tempo in tempo recisa, controllata, raziocinante ma sempre non meno illuminante d’una elegiaca rivelazione colta in una sequenza di Andrei Tarkovski”.

Da Cook_inc. … coming soon!

Thomas Frebel, foto di Jimmy Cohrssen

“A very simple idea”: il ristorante ospita chef rifugiati per un evento. Quest’idea è diventata evento nel 2016 con il primo Refugee Food Festival a Parigi. Ha unito 11 ristoranti, 8 chef e 1000 ospiti.

Ristorante dell’anno: Scelto tra i vincitori delle 12 categorie di Big Plates, il primo Ristorante dell’Anno dei World Restaurant Awards è Wolfgat, il piccolo e remoto paradiso della purezza e del buon gusto in Sud Africa vincitore della categoria Off Map Destination.

Chef Kobus van der Merwe, foto da The World Restaurant Awards FB

SMALL PLATES

Al Ballymaloe House di Cork, il sweet trolley non è mai passato di moda. Nell’ultimo decennio i contenuti del carrello sono stati supervisionati dal capo pasticcere JR Ryall: gelati e granite fatti in casa, una crostata di qualche tipo onnipresente, qualunque frutto sia di stagione, panna cotta, crème brûlée, i biscotti shortbread a forma di cuore e molto molto altro. Qui “Would you like to see the sweet trolley?” è sempre una domanda retorica.

Quando si tratta di usare Instagram per migliorare il profilo del ristorante, non sono solo i giovani a eccellere. Alain Passard, chef dell’ Arpège a Parigi, ha mostrato un gran talento per questo social media e ha guadagnato un nutrito pubblico completamente nuovo. Ha preso uno smartphone in mano per la prima volta nel marzo 2015 e ora intrattiene i suoi seguaci con foto di prodotti, un sacco di frutta e verdura naturalmente e piatti sbalorditivi regolarmente intervallati da ritratti di sè stesso like a rockstar. Da non sottovalutare anche la sua ossessione per il pollo, instagrammato “in ogni salsa”.

Alain Passard, foto di Richard Haughton da Cook_inc. 13
  • Long-Form Journalism : Lisa Abend –Il long read article da leggere almeno una volta nella vita è Food Circus, pubblicato su Fool Magazine lo scorso anno.

“Sex & Drugs & Pinot Noir” è motto del magazine diventato enoteca a Londra in Lambs Conduit Street. Il premio non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Da Bo e Dylan, la coppia thailandese / yankee proprietaria del ristorante Bo.Lan a Bangkok è tutto fatto con le loro mani, al 100%. Mancare la precisione scientifica della a pinzetta, fredda, ma si ottiene invece tutto il calore della vita, la sempre diversa, imperfetta e percepita bellezza e bontà di ogni singolo piatto.

E il vincitore è … lo chef che va davvero per la sua strada – che fa tendenza. Old School potrebber chiamarlo – erroneamente. Perché non è necessario seguire la via del ‘body art’, coprirsi da naso a capo di geroglifici ultraterreni, per trasudare quella qualità così importante in uno chef all’avanguardia: individualità. Alain Ducasse è un vero individuo. Allora perché dovremmo aspettarci che lui sprechi tempo e denaro (non ce n’è mai abbastanza per lui) su un tatuaggio, come quasi ogni altro chef alla moda del mondo?

Alain Ducasse, foto di Benjamin Schmuck da Cook_inc. 13